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Wat Chaiwatthanaram

Foto: Stefan Fussan, CC BY-SA 2.0

Monastero reale del 1630

Audioguida Wat Chaiwatthanaram

Ayutthaya · 5 tappe · 60 min

Un monastero reale del 1630 sulle rive del Chao Phraya, concepito come mappa del cosmo buddhista e teatro di funerali reali, sopravvissuto alla guerra del 1767, a due secoli di giungla e all'inondazione del 2011.

  • 60 min di audio
  • Rovine di un tempio reale

Wat Chaiwatthanaram è il monastero reale che il re Prasat Thong fece innalzare nel 1630 sulla riva ovest del Chao Phraya, nell'area in cui era vissuta la sua madre adottiva. La sua pianta è una mappa del cosmo buddhista del Traiphum: un prang centrale di 35 metri come il monte Meru, quattro torri agli angoli come continenti, un cortile come oceano e una galleria come le catene montuose che chiudono il mondo. Otto padiglioni di sette piani copiano la pira dei funerali reali, e nel recinto furono cremati principi e principesse della casa reale.

Nel 1655 l'olandese Gijsbert Heeck lo descrisse scintillante di oro e pietre preziose, come una montagna dorata, con così tanti buddha dorati da essere impossibile contarli. Poi venne il 1767: accampamento fortificato contro i birmani, caduta in nove giorni e circa 220 anni di giungla e saccheggi, con i buddha decapitati e i mattoni venduti. Restaurato dal 1987, aperto al pubblico nel 1992 e coperto da circa 2 metri d'acqua nel 2011, il tempio è uscito nel 2024 da un ultimo intervento di salvataggio.

Da vedere

  • Prang centrale — Torre di 35 m che rappresenta il monte Meru, con scale ripide sui quattro lati
  • Otto meru — Padiglioni di circa 25 m e sette piani che copiano la pira dei funerali reali
  • Galleria di buddha — File di buddha seduti di stucco, molti senza testa dopo secoli di saccheggi
  • Chedi funerari del nord — Fondamenta di quelli di Chaofa Kung, Chaofa Sangwan e Chaofa Nim
  • Chedi gemelli sul fiume — Profilo a dodici angoli tipico del regno di Prasat Thong

Sulla riva ovest del Chao Phraya si erge Wat Chaiwatthanaram (วัดไชยวัฒนาราม), il monastero reale che il re Prasat Thong (r. 1629-1656) fece innalzare nel 1630, appena salito al trono. La sua sagoma fa rivivere il modello del tempio-montagna khmer: un prang centrale di 35 metri circondato da quattro torri minori, otto padiglioni dal tetto a guglia e una galleria quadrata di buddha. Ciò che oggi appare come una rovina di mattoni dorata dal tramonto è ciò che è sopravvissuto alla guerra, alla giungla, ai saccheggi e all’acqua.

La storia di Wat Chaiwatthanaram comincia con un gesto privato: il re scelse l’area in cui era vissuta la sua madre adottiva, moglie di Okya Sri Thammathirat, per acquisire meriti in suo nome. Alcune fonti parlano di sua madre e non di una madre adottiva, e anche il motivo della fondazione è discusso: la maggior parte lo lega a quei meriti e al prestigio buddhista del re, mentre il principe Damrong lo interpretò come commemorazione di una vittoria di Ayutthaya su Longvek, in Cambogia, che le fonti thailandesi presentano solo come possibilità. L’opera non fu rapida. Una lamina d’oro datata 1649 e la menzione di Van Vliet, nel 1637-1638, di un tempio reale «in costruzione» indicano una ventina d’anni di lavori, e Piriya Krairiksh propone inoltre un rinnovamento e un ampliamento tra gli anni 1730 e 1750.

L’architettura di Wat Chaiwatthanaram è una mappa del cosmo del Traiphum, la cosmologia buddhista siamese del XIV secolo: il prang centrale è il monte Meru, i quattro prang d’angolo sono i continenti, il cortile gli oceani e la galleria le catene montuose che chiudono il mondo. Da Prasat Thong in poi, tutti i re di Ayutthaya si recarono in pellegrinaggio a questo santuario e vi assistettero a funerali reali. Prima della caduta della città nel 1767 divenne un accampamento fortificato contro l’esercito birmano; poi rimase circa 220 anni in balia della giungla e dei saccheggiatori, finché il Dipartimento delle Belle Arti iniziò a restaurarlo nel 1987 e lo aprì al pubblico nel 1992. L’inondazione del 2011 lo coprì con circa 2 metri d’acqua, e un progetto concluso nel novembre 2024 gli ha dato drenaggio e difese contro la prossima.

Il recinto ha inoltre trovato una vita che di funerario non ha nulla. Dal 2018, quando la serie in costume «Bupphesannivas» lo usò come set, molti thailandesi lo visitano vestiti come i suoi personaggi, e nel marzo 2024 il suo prang servì da scenografia per due serate di khon, la danza mascherata della corte siamese, con l’episodio «Satchapali» del Ramayana. Per sapere cosa vedere a Wat Chaiwatthanaram, l’audioguida lo percorre in cinque tappe e 60 minuti, dal fiume al centro, come un pellegrino che attraversa il cosmo buddhista fino alla sua montagna sacra.

Lo stesso Prasat Thong ricostruì nel 1633 il grande prang di Wat Mahathat, al centro dell’isola, dove Wat Phra Si Sanphet, la cappella privata dei re, custodisce in tre chedi ceneri reali.

La porta dei re guarda il fiume

Base dell'ubosot e chedi gemelli

Riassunto di questa tappa

L’ingresso principale del tempio non dava sulla città, ma sul fiume: un approdo reale conduceva fino ad esso, e per questo il percorso parte dalla riva, accanto alla base dell’ubosot, la sala di ordinazione. Ne resta solo la piattaforma rettangolare, di circa 45 per 19 metri, con le sue otto pietre bai sema rimesse al loro posto. A nord e a sud la affiancano due chedi gemelli su base quadrata, con il profilo a dodici angoli tipico del regno di Prasat Thong. Cosa custodiscano è un’altra questione: alcune fonti affermano che vi riposino le ceneri della madre del re, o quelle dei suoi genitori; altre ne considerano sconosciuto il contenuto.

Nel 1655, il viaggiatore olandese Gijsbert Heeck giunse a questo ingresso e trovò da ciascun lato un guardiano di pietra enorme e imponente, con una tigre davanti. Gli raccontarono che ogni gigante aveva combattuto contro la sua tigre e l’aveva vinta. Accanto alla scalinata c’erano inoltre nicchie con statue dorate, e una porta che anticamente si apriva solo per i re. Oggi non resta nessuno dei giganti né delle tigri; del muro esterno, di circa 194 per 117 metri, sono ancora in piedi due delle sue otto porte ad arco.

Quei muri ebbero un ultimo uso che di sacro non aveva nulla. Prima della caduta di Ayutthaya nel 1767, il tempio fu trasformato in un accampamento fortificato contro l’esercito birmano, che cadde in nove giorni. Nel recinto si conservano muri rinforzati e resti di cannoni e palle. Presso il fiume, l’audioguida racconta come un monastero innalzato per acquisire meriti sia finito trasformato in un fortino.

Due amanti di corte, a pochi metri

Fondamenta dei chedi funerari

Riassunto di questa tappa

Sul lato nord affiorano a livello del suolo le fondamenta di tre chedi funerari. Da Prasat Thong in poi, questo fu il tempio degli addii della corte: i re di Ayutthaya vi assistevano ai funerali reali e nel recinto furono cremati principi e principesse della casa reale. Questi tre chedi portano un nome: Chaofa Kung, Chaofa Sangwan e Chaofa Nim.

Il primo ricorda Chaofa Thammathibet, detto Chaofa Kung, primogenito ed erede del re Borommakot (r. 1733-1758) e poeta, autore dei canti di barca Kap He Ruea. Entrò con chiavi false negli appartamenti reali, visitò di notte quattro concubine reali e progettò di prendere il potere. Morì per le punizioni del padre, fu cremato qui e i suoi resti furono deposti in uno chedi.

L’altra metà della storia è più sfumata. Secondo i racconti, Chaofa Sangwan, moglie del re come regina del lato sinistro, nipote del re Phetracha e madre di figli del monarca, fu sorpresa nel 1755 come amante dell’erede, suo figliastro; fu punita con trenta frustate e morì tre giorni dopo. Il re fece portare i due corpi a Wat Chaiwatthanaram, ma ciò che ne fu non è chiaro: alcuni parlano di sepoltura e altri di cremazione con rito buddhista. E la Chaofa Nim del terzo chedi è, secondo la fonte, un’altra concubina del re o solo un secondo nome della stessa Sangwan. Davanti alle fondamenta, l’audioguida segue le tracce di due amanti che finirono a pochi metri l’uno dall’altra.

Centoventi buddha d’oro, oggi senza testa

Galleria di buddha decapitati

Riassunto di questa tappa

La galleria che racchiude il cortile forma un quadrato di circa 55 metri per lato. Restano il muro esterno con false finestre e le basi dei pilastri, e lungo il muro file di buddha seduti, molti senza testa. Erano 104 buddha di stucco laccato in nero e oro, nella posizione della vittoria su Mara, più altri 16 ai lati dei meru: 120 in totale secondo la maggior parte delle fonti, anche se la stampa del 2024 parla di circa 300 nel corridoio. Il muro interno era dipinto con il Vessantara Jataka.

Heeck, nel 1655, vide altro: il «grande Abbentak», il tempio dei re, scintillante di oro e pietre preziose «come una montagna dorata», con una galleria così piena di buddha dorati da essere impossibile contarli. Dopo la distruzione del 1767 vennero circa 220 anni di abbandono: furono rubati oggetti, furono venduti mattoni delle rovine e furono decapitate le statue di Buddha. Il restauro del Dipartimento delle Belle Arti iniziò nel 1987, e il recinto fu aperto al pubblico nel 1992.

Dal 2018, la galleria ha altri occupanti. «Bupphesannivas» («Love Destiny»), la serie in costume del Canale 3, usò queste rovine come set, e folle di thailandesi arrivarono vestite come i suoi personaggi, con abiti noleggiati nella città vecchia. Nel marzo 2018 il personale del parco fotografò nuove fessure nei mattoni rossi e appese cartelli che vietano di sedersi, appoggiarsi o calpestare le rovine. La moda sopravvisse al lockdown e, nel 2023, lo stesso parco incoraggiava a venire in abiti d’epoca alle visite notturne. Nel corridoio, l’audioguida spiega perché le coppie in sete d’epoca che posano tra i buddha senza testa non sono attori.

Otto pire reali fatte di mattoni

Meru della galleria

Riassunto di questa tappa

Otto meru si ergono sulla galleria, nei punti cardinali e intercardinali: padiglioni dal tetto a guglia di circa 25 metri e sette piani decrescenti. La loro sagoma copia il «Meru Dorato», la pira dei funerali reali, da cui il nome. Mostrano ancora i vani quadrati delle travi che sostenevano i tetti, e nei loro portici esterni sopravvivono, molto sbiaditi, resti dei dodici pannelli di stucco con scene della vita del Buddha.

All’interno custodivano dodici grandi buddha seduti con abito e corona reale, in camere aperte verso la galleria. Dietro uno di essi era sepolta una lamina d’oro con la data Maha Sakarat 572, cioè 1649: quasi vent’anni dopo la fondazione, un indizio di quanto a lungo possa essere durato il completamento dell’opera.

Quattro di questi padiglioni sono appena usciti dal loro ultimo intervento di salvataggio. Tra il 2012 e il 15 novembre 2024, giorno di Loy Krathong, un progetto dell’U.S. Ambassadors Fund, del Dipartimento delle Belle Arti e del World Monuments Fund, con 1,8 milioni di dollari in cinque fasi, installò drenaggio e difese contro le inondazioni e restaurò quattro meru con i loro chiostri, murali e buddha. Davanti a uno di essi, l’audioguida decifra cosa significhi circondare un tempio con otto pire di mattoni.

Il monte Meru che fu rivestito d’oro

Prang centrale

Riassunto di questa tappa

Il percorso termina ai piedi del prang centrale, la torre di 35 metri che presiede il cortile dalla piattaforma rialzata che condivide con quattro prang minori, uno per ogni angolo. Su ciascun lato cardinale sale una scala ripida fino a una grande nicchia; solo quella a est dava accesso a una camera interna. Nicchie e camera custodivano immagini di Buddha e oggi sono vuote.

Quel centro ha un senso preciso. L’insieme riproduce il cosmo del Traiphum: il prang è il monte Meru, le quattro torri d’angolo sono i continenti, il cortile gli oceani e la galleria le catene montuose che chiudono il mondo. Nello stucco delle cinque torri si notano fori di chiodi che probabilmente reggevano lamine di stagno dorato: tutto indica che le cinque brillassero d’oro.

Nel 2011, l’oceano di quel cosmo si riempì davvero. L’inondazione del Chao Phraya lasciò il tempio sotto circa 2 metri d’acqua e danneggiò mattoni, stucco, legno e murali secolari. Davanti alla scala est, l’ultima tappa dell’audioguida mette insieme i pezzi della mappa e spiega ciò che rimase in piedi dopo la guerra, la giungla, i saccheggi e l’acqua.

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